Chat Control: 9 Luglio 2026

Chat Control: sorveglianza di massa o dibattito distorto?

Il Chat Control è ultimamente oggetto di controversie e pesanti critiche, venendo indicato come lo strumento che l’UE vuole utilizzare per imporre ai propri cittadini il monitoraggio delle app di messaggistica come WhatsApp e Telegram, arrivando a ventilare dubbi su quanto, invece, questa non sia un’operazione per instaurare un dispositivo legale che consentirebbe la sorveglianza di massa.

Dentro la notizia

Facciamo prima qualche passo dentro la notizia.

L’intento alla base della proposta di legge europea è nobile: il monitoraggio avverrebbe, infatti, per limitare la diffusione di materiale di abuso sessuale sui minori e l’adescamento di minori proprio attraverso le chat e le comunicazioni private. Ciò che fa discutere sono, invece, i metodi attraverso cui tale screening verrebbe portato a termine e le modalità con cui si cerca di far approvare tale legge: iter legislativi usuali per una parte, per l’altra, vere e proprie forzature istituzionali.

Nel caso dei metodi, il focus è sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, come strumento che permetterebbe l’analisi di centinaia di milioni di contenuti e che, allo stesso tempo, garantirebbe la privacy dei cittadini: solo i casi sospetti sarebbero, infatti, analizzati da operatori umani.

L’uso dell’AI è, però, oggetto di forti controversie, perché potrebbe generare moltissimi falsi positivi, sia per le immagini, sia nell’analisi del linguaggio, per prevenire o individuare tentativi di adescamento.

I dubbi sull’efficacia

Inoltre, per i detrattori, il Chat Control è una proposta inutile e, a sostegno di questa inutilità, portano come prova il fatto che le stesse organizzazioni a tutela dei minori sollevino dubbi sulla sua efficacia, adducendo come ulteriore motivazione che i criminali più organizzati sarebbero in grado di aggirare i limiti e i controlli previsti.

La rottura del tabù della privacy

Punto cardinale per chi è contro questa proposta di legge è la necessaria rottura di un tabù, ovvero quello della privacy e della riservatezza delle chat. Sebbene tale tabù venisse rotto per una motivazione come la tutela dei minori, si sollevano forti dubbi su quanto creare un dispositivo del genere possa presto portare all’introduzione di nuovi criteri per le segnalazioni, ad esempio su base politica o, peggio, ideologica.

Tale stretta troverebbe, infatti, il dispositivo giuridico e tecnologico già pronto e sarebbe solo necessario introdurre, per così dire, nuovi filtri.

La presunta forzatura istituzionale

Ad aggravare la situazione è la procedura scelta per riportare il testo al voto. Dopo che il Parlamento aveva approvato una proroga con garanzie più rigide, il Consiglio ha ripresentato una versione più permissiva e ne ha chiesto l’esame urgente.

Il testo arriva così in seconda lettura, dove per respingerlo o modificarlo servono almeno 361 voti, la maggioranza assoluta di tutti gli eurodeputati. Assenze e astensioni, quindi, finiscono indirettamente per favorirne l’approvazione.

È per questo che si parla di forzatura: non perché la procedura sia illegale, ma perché ribalta l’onere politico. Non devono essere i favorevoli a costruire una maggioranza per approvare il testo; devono essere i contrari a raccogliere 361 voti per fermarlo.

Questa capriola ha scatenato i critici, che accusano le istituzioni europee di voler approvare a ogni costo il Chat Control, rafforzando la corrente che vede questo provvedimento come propedeutico alla sorveglianza di massa europea.

La narrazione è parziale

Quello che avete letto finora è parziale e impreciso, ma rappresenta purtroppo la sintesi che domina gran parte del dibattito pubblico, in particolar modo sui social.

Due provvedimenti diversi

Infatti è doveroso precisare che sotto l’etichetta Chat Control vengono spesso sovrapposti due provvedimenti distinti. Il voto imminente non riguarda ancora il regolamento permanente proposto nel 2022, ma il ripristino di una deroga temporanea alle norme europee sulla riservatezza delle comunicazioni. Tale deroga aveva già consentito dal 2021 al 3 aprile 2026 alle piattaforme di individuare, segnalare e rimuovere volontariamente materiale di abuso sessuale sui minori. Il provvedimento, quindi, non introdurrebbe questa possibilità per la prima volta, ma la renderebbe nuovamente legale dopo la sua scadenza.

Anche il termine “volontario” rischia di generare equivoci. La scelta non spetterebbe al singolo utente, ma all’azienda che gestisce il servizio. Una piattaforma potrebbe decidere di sottoporre le comunicazioni ai propri sistemi di rilevamento e includere tale trattamento nel funzionamento generale dell’applicazione, lasciando all’utente come unica alternativa concreta quella di rinunciare al servizio. Non esiste, tuttavia, nel testo temporaneo, un obbligo che imponga alle aziende di adottare questi strumenti né una sanzione che escluda dal mercato europeo chi sceglie di non utilizzarli.

Allo stesso modo, non ogni forma di controllo dipenderebbe dall’intelligenza artificiale. Per riconoscere immagini già identificate come illegali possono essere utilizzati sistemi di confronto tramite hash, simili a impronte digitali dei file e generalmente più precisi. Le tecnologie probabilistiche diventano invece centrali nella ricerca di materiale nuovo e soprattutto nell’interpretazione delle conversazioni, dove il significato dipende dal contesto e il rischio di falsi positivi aumenta sensibilmente.

L’automazione non garantisce la privacy

L’automazione, inoltre, non garantisce di per sé la privacy. Può limitare il numero di contenuti sottoposti all’esame di operatori umani, ma ciò avviene soltanto dopo che un sistema ha già analizzato le comunicazioni degli utenti. Per le autorità europee responsabili della protezione dei dati, una formulazione troppo ampia potrebbe condurre proprio a un controllo generalizzato e indiscriminato delle comunicazioni, con conseguenze particolarmente gravi per i servizi protetti dalla crittografia end-to-end.

Le organizzazioni per la tutela dei minori non sono compatte

Neppure il fronte delle organizzazioni impegnate nella tutela dei minori è compatto. Alcune sostengono la necessità di strumenti più incisivi, mentre altre, insieme a esperti di sicurezza e diritti digitali, contestano l’efficacia e la proporzionalità della scansione. La possibilità che i criminali più organizzati riescano ad aggirarla, utilizzando programmi esterni, ulteriori livelli di cifratura o servizi non conformi, costituisce un limite concreto, ma non dimostra automaticamente che ogni attività di rilevamento sia inutile. Indica piuttosto il rischio che il controllo risulti più invasivo per gli utenti comuni che efficace contro i soggetti più preparati.

Il rischio concreto della sorveglianza di massa

Infine, l’eventuale estensione delle segnalazioni a contenuti politici o ideologici non è prevista dalla normativa attualmente in discussione. Nonostante l’innegabile gravità, resta, per ora, uno scenario futuro ipotizzato dai detrattori: l’esistenza di un’infrastruttura già operativa potrebbe abbassare gli ostacoli tecnici e politici a un suo ampliamento, ma per introdurre nuove finalità sarebbe comunque necessaria un’ulteriore base giuridica e un iter istituzionale di non poco conto.

Un dibattito destinato a proseguire

Indipendentemente dall’esito del voto di giovedì 9 luglio 2026, il dibattito sul Chat Control è destinato a proseguire. Si tratta di un tema che tocca diritti fondamentali e sicurezza, e che difficilmente si esaurirà con una singola decisione: per questo continueremo a osservarlo e discuterlo anche nei prossimi mesi.